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Lettere al direttore

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Caro direttore,
mi tolga una curiosità. Il Comune di Milano ha approvato in Giunta il Piano di Governo del Territorio (Pgt) e la stampa riferisce di proposte per una Milano che dovrebbe crescere fino ad arrivare a due milioni di abitanti…
Giovanni Malaguti - Milano

calaminiciDecidere soggettivamente di cambiare una città, e volerla cambiare nel profondo e non in piccola parte e in qualche dettaglio, ma nella sua essenza e consistenza e struttura di fondo, è un atto smisurato.
La città è un sistema com-plesso e ogni cambiamento produce una serie incalcolabile di mutamenti e rifrazione. E, perciò, se accade che un sindaco decida, per esempio, che Milano, città con 1,3 milioni di abitanti, sia troppo piccola e debba arrivare fino a 2 milioni, crescendo di oltre il 50%, allora ognuno capisce che ci troviamo di fronte ad un atto straordinariamente audace che sgomenta e si pensa: chissà quanto avranno guardato lontano quel sindaco e quell’assessore! E quanto avranno scrutato nel profondo, cogliendo bene l’essenza della città, per volerne preparare con tanta esattezza il destino! Purtroppo, non è cosi. La loro idea invece è semplice, troppo semplice.
Geograficamente parlando, Milano è una città di modeste dimensioni, anzi decisamente piccola con i suoi 180 kmq di superficie, e quindi anche 1 milione e 300 mila abitanti bastano a farne una città densamente popolata. Popolazione che di giorno arriva a oltre due milioni di persone... La sua densità è insostenibile e ne facciamo le spese tutti i giorni.
Milano è talmente congestionata che negli ultimi quindici anni ha perso alcune centinaia di migliaia di residenti che si sono spostati nei comuni dell’hinterland, a cercare una casa accessibile,
più spazio, migliori servizi, un rapporto con l’istituzione più diretto e disponibile. A Milano sono rimasti soprattutto i ricchi, che sfruttano la città in tutte le sue possibilità e vivono in case di prestigio, e gli anziani, che si sono rifugiati nelle periferie, assieme agli immigrati. I giovani sono scappati, anche se di giorno vi tornano a lavorare.
Ed ecco l’idea che sembra sorreggere l’ambizioso Piano dei due milioni di abitanti: riportiamo a Milano quelli che sono andati via e così facendo evitiamo pendolarismo e traffico, e abbiamo risolto il problema.
Ma si dà il caso che i settecentomila che si vorrebbero far tornare, una casa ce l’abbiano già nei comuni dove si sono trasferiti, e non si capisce né perché dovrebbero lasciarla e neppure a chi potrebbero venderla. Settecentomila persone sono un esodo biblico colossale.
Una città grande da riversare in un’altra. Ma perché tutto questo? Con quale vantaggio? O meglio, per il vantaggio di chi?
Ci sarebbe piaciuto trovare nel Piano una risposta a questa come a tante altre domande, ma non le abbiamo trovate. Il progetto è, dicevamo, di smisurate ambizioni, ma le motivazioni invece sono fragili e sfuggenti. Perciò continueremo assieme a tutti i milanesi ad aspettare risposte più chiare e convincenti. Arriveranno?